Comincio così…ancora in viaggio

e come Health Coach di Nutrizione Olistica.

Questa definizione non è per caso e tantomeno una vanità professionale da sbandierare.

Viaggio come artista, cuoca, blogger e soprattutto… come coach. I miei occhi sono rivolti a tutto ciò che mi attira, mi fa vedere e ascoltare oltre le apparenze.

Come COACH, sono una guida, la persona che segue passo dopo passo coloro che vogliono intraprendere, anche con difficoltà, un cambiamento in molti ambiti della loro vita.

Facile da dirsi ma a quali ambiti mi riferisco?

Mi piace sempre l’idea della torta divisa in tante fette. Bisogna immaginare che ad ogni fetta corrisponda quello che ho chiamato ambito della vita, parte, settore o come si preferisce definire. Ciascuno di noi sa per ogni fetta se, e in quale proporzione ne ha già gustato. Gli ambiti sono diversi e ciascuno conosce la propria parte poco attiva, quella su cui dovrebbe lavorare. Alcuni spicchi di questa “torta della vita” sono universali per una coach: attività fisica, carriera, studi, risorse finanziarie, spiritualità, nutrizione, relazioni personali, famiglia, senso della comunità…

Il senso della comunità è ciò di cui mi piace scrivere oggi.

Ho vissuto in città e megalopoli di 15 milioni di abitanti e non ho alcuna difficoltà di adattamento a vivere in piccoli paesi…per carattere, per esperienza e perché non attribuisco niente di definitivo nella vita di nessuno.

Ogni città ha quartieri. Zone che per tradizione e stratificazione sociale a volte non si mescolano. In altre invece, la città ha permesso una stratificazione verticale. In alcune capitali, anche del Nord-Europa, ci sono persone che nella loro vita non hanno mai sentito la necessità di uscire dal proprio quartiere. Il negozio all’angolo, il caffè, il fioraio; rivolgere il saluto a tutti, e tutti che salutano…

Ciascuno di noi ha bisogno di questa appartenenza, e dopo la famiglia – se e quando c’è – viene la comunità, il punto di forza dell’individuo.

Tutti cercano e vorrebbero la comunità, anche coloro che apparentemente la rifiutano. Può essere il gruppo di amici con cui ci si accompagna dall’infanzia, oppure nuovi amici con i quali si condividono interessi e passioni, così come i vicini di casa. Oggi si crede che la comunità virtuale sia più comoda, sicuramente meno implicata e complicata.

Ma qual è il vero senso dell’appartenenza ad un gruppo?

Perché alcuni lo cercano e per altri è scontato che ci sia?

Dipende dalle dimensioni o dal senso etico?

Il gruppo di amici, conoscenti e persone che condividono le stesse passioni, può avvicinare e creare un legame.

Quello che ho notato con amici nelle metropoli, presenta delle differenze con quello che vedo nei piccoli paesi?

In questi ultimi si è sottoposti sicuramente al controllo sociale, ancora molto forte, ma anche a sentimenti di curiosità, voglia di allargare le proprie conoscenze fino a una forma di rispetto per l’ospite.

La comunità è forte quando ci si appoggia, sia in caso di lutto che per una festa.

La comunità è dinamica quando si è partecipi e si vuole migliorare una condizione non solo privata ma collettiva.

La comunità è viva quando per amore, per educazione e soprattutto per solidarietà si rispetta l’altro.

Ci sono comunità che nonostante dall’esterno siano molto influenzate dalla vita urbana, non sono così superficiali come appaiono. L’amicizia ha ancora un valore e si offre aiuto in ogni momento in cui l’altro ne ha bisogno. E se una volta si additava all’urbanizzazione sfrenata perché esaspera l’individualismo, un po’ alla volta qualcosa sta cambiando e si stanno modificando molti comportamenti, un ritorno al gruppo, alla comunità con nuovi pregi.

Basta arrivare in un piccolo paese del Sud, senza mitizzare. Se proprio non ci si vuole isolare, si ha la possibilità di essere parte della storia di ciascuno.

In una grande città del Nord-Europa invece, rimasi affascinata e coinvolta dallo spirito di solidarietà. Se ti aiutano hai modo di restituire l’aiuto, prima o poi. I vicini che ti accolgono con una piantina di quadrifoglio come gesto di benvenuto. Forse sono ritenuti gesti formali, ma fanno bene, se sono sentiti e riguardano la simpatia e l’accoglienza possono rafforzare nuovi sentimenti.

Perciò, pensare al senso di comunità, all’ospitalità, alla disponibilità verso chi ha bisogno di aiuto è una forma di apertura, innanzitutto mentale, senza temere che qualcuno invada i propri spazi che sicuramente ciascuno desidera mantenere. È una forma di civiltà.

Fin dove possiamo spingerci nella nostra comunità per dare e ricevere solidarietà e aiuto?

E se provassimo a rivedere i nostri comportamenti?

È davvero – come molti pensano – una forma di risposta sottoposta all’economia?

Ciascuno può cercare cosa rispondere, innanzitutto a sé stessi.

 

Rosanna Bossone

 

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